
quinta-feira, 4 de dezembro de 2008
terça-feira, 14 de outubro de 2008
MARLY DE OLIVEIRA interpretada por Lauro Moreira
...
.
.
.
.
.
.
Lançamento CD
MARLY DE OLIVEIRA
interpretada por Lauro Moreira
Novembro
Dia 3 - Instituto Camões, Embaixada de Portugal, Brasília
Dia 5 - Fundação Jayme Câmara, Goiânia
Dia 7 - Casa da Ópera, Ouro Preto
A propósito deste CD
Por sua origem erudita, sua linhagem clássica e sua alta qualidade literária e filosófica, a exigente obra poética de Marly de Oliveira foi celebrada por figuras do porte de Alceu de Amoroso Lima, Augusto Meyer, Clarice Lispector, João Cabral de Melo Neto, José Guilherme Merquior, Manuel Bandeira, Carlos Drummond de Andrade, e até pelo grande poeta italiano G. Ungaretti.
Escrevendo sobre ela em 1989, Antônio Houaiss lamentava que, em vista das sérias deficiências do ensino da língua portuguesa no Brasil, poucos seriam os leitores que saberiam situar-se nesses escritos. Mas arrematava convicto que "tempos virão em que isso se alcançará e Marly de Oliveira - poeta por ora de poetas- será poeta de todos nós, que a leremos emocionados e gratos pela coragem e beleza que esparziu no nosso mundo."
Admirador fervoroso dessa obra poética desde seu nascedouro, pretendo - com este álbum onde interpreto 120 poemas de 12 de seus 17 livros publicados - não apenas prestar à autora uma homenagem póstuma mais que merecida, como sobretudo contribuir para sua difusão e para que a profecia de Antônio Houaiss se realize o mais breve possível.
Lauro Moreira
POEMAS DE MARLY DE OLIVEIRA EM ITALIANO - traduzidos por Giampaolo Tonini
POETI BRASILIANI CONTEMPORANEI a cura di Silvio Castro, traduzioni i Giampaolo Tonini.
Venezia: Centro Internzionale della Grafica di Venezia, 1997.
(Quaterni Internazionali di Poesia – 1)
Opera pubblicata con contributo del Ministério da Cultaura do Brasil
Fundação Biblioteca Nacional
Departamento Nacional do Livro.
LA SOAVE PANTERA I
Come qualsiasi animale,
guarda le sbarre fluttuanti.
Ecco che le sbarre son ferme:l
ei, sì, è deambulante.
Sotto la pelle, trattenuta
— in silenzio e morbidezza —
la forza del suo male,
e la dolcezza, la dolcezza,
che scende nelle zampe
e le zampe abitua
a quel modo di andare,
e di essere suo, suo,
nel perfetto equilibrio
della sua vita aperta:
uma e attenta a se stessa
soavissima pantera.
LA SOAVE PANTERA II
É soave, soave, la pantera.
Ma se la si vuol toccare
senza la dovuta cautela,
subito la si vedrà transformata
nella fiera che ha dentro di lei:
la zanna de più puro avori
onella nerezza sempre in allerta,
ed essere, in tutto e per tutto,l
a pantera senza riserve,
l´impeto, la forza ludica,
dell´unghia lunga e scoperta,
l´estasi della sua furia,
sotto la dolcezza che la fiera
in reposo, se non la si tocca,
sembra avere lla semplice
forma che non si scatena
da sola, anzi pare,
nella mansa, mansa e lucente
pellicia di cui si adorna,
un vivo, intenso gioiello.
LA SOAVE PANTERA V
Con tanto furore interno,
chi mal le potrà impedire
di essere il suo stesso inferno,
di, per il fuoco dell´ira,
consumarsi stando quieta,
e di avvilirsi da sola.
Non si direbbe una regina!
Le zampe posando al suolo
con una dura leggerezza,
il pelo brilla come onice,
— di se stessa prigionera —
cammina avanti e indietro
comme per il mondo intero,
Smeraldi di silenzio
nei suoi aguardi accesi.
CONTATTO IX
Nella sera in quiere l´azzurro stende
su ogni cosa un liquido silenzio,
e me invece lascia sola, appartata,
fedele osservante di um assillante
soliloquio amoroso, propiziato
dalla tua assenza e dalla mia infausta mente.
Dal giogo non imposto e incerto stato
nessuno mi libera, che questo mal di oggi
ancor è il bene in ma transfigurato
complice la distanza e la memoria,
non il caso o il sogno, non il seppia
che a volte copre il suolo di malinconici
paesaggi. Che notturne, vane, piene
forme create dall´immaginare
venturoso (che neanche il sonno acquieta)
si levan da me a te, crescono nell´aria,
senza domande, propositi, certezze,
e in dense spire lentamente salgono,
impregnate di limpida oscurità.
Qui la solitudine non rattrista,
anzi feconda l´antica natura
che dorme a cosi grande mito avvinta.
CONTTATO XXVI
Di nuovo il tuo richiamo mi fa alzare,
e ti seguo paziente e discreta
o solitudine, o nulla
miraculoso tra le ombre di questa casa,
ah desiderio di ardere nell´antica fiamma,
che già ieri m´intrattenne
fino all´alba, perduta e ritrovata
nei puri pensieri che mi venivano.
Chi ringaziare?
e come? e dove? la gioia di stare
qui, accanto al letto, soave e leggera,
e tuttavia, piena.
Nessun bene confiscato, um connessivo
sentirsi portare a um non so dove senza
nessuna durezza, e dolere
di speranza o di un quase intendimento.
IL SANGUE NELLA VENA I
La carne è buona, è necessario lodarla.
La carne à buona, non è triste o debole,
Ciò Che l´affeta è la debolezza Che c´è in un uomo,
la tristrezza, più grande di un uomo, la uccide.
La carne non há nulla, salvo il suo sonno,
creta tranquilla d´armoniosa forma,
corpo reale di tutta la nostra gloria.
La carne è lo strumento del principio,
è per essa che io vivo, Che viviamo,
e se rivela l´amore com´è dovuto:
ciò Che sta fuori si unisce a ciò che sta dentro,
anima e corpo nel corpo confusi,
e la sensazione assoluta di star vedendo.
IL SANGUE NELLA VENA II
Ma vedendo che cosa con gli occhii, con i sensi.
Che visione ci permettono, se non quella
instantanea e fagace, che non governo,
e che non supporitiamo tanto è bella.
Il vedere tranquillo, senza eccesso, io voglio,
como la luce delicata che c´è in una barca,
in una foglia, in un animale; um vedere quieto,
che assobendo il reale, ci lasci sazi;
un vedere più grande della fame, dilatato;
un veder-amore, non acque, como un cactus,
ma un cactus che potesse essere domato,
e, non essendo acqua, essere bevuto.
IL SANGUE NELLA VENA XVII
É como il rinascere di un´onda impetuosa,
cosi bello e atteso, e con l´allegria
di chi è stato sorpreso dall´acqua,
che sapeva che veniva, ma non vedeva.
I corpi che si muovono verso la chiara
constantazione del dolore che si voleva,
onda violenta come da altra onda
del tutto naturalmente rinata;
i corpi che soavemente si muovo
noin soave ondeggiare di cosa fredda,
e si muovono sempre verso dentro,
— la gioia dell´amore è un´agonia —
sempre più serrato e più intenso
quel che ci muove e che non vedevamo.
IL SANGUE NELLA VENA XVIII
La forza che c´è nella luce, non l asua assenza,
può essere l´origine più segreta
dell´oscuro in cui affondiamo d´improvviso:
per accesso d´amore, io non capisco
— il fruscio lieve, la cruda seta —
que che ci muove, e che oltrepassa
il limite di tutto ciò che sappiamo.
Per accesso di dolore io mi umanizzo,
io mi faccio piccola e cosi reale,
diventiamo sereni, silenziosi,
cosi reali e innocenti e lievi,
che quella luce che non vediamo è troppa.
Anche essere è un eccesso in cui cadiamo.
IL SANGUE NELLA VENA XXVIII
Tu solo, puro amor, se che allontani
quel nulla essenziale che è cosa viva,
quel nulla essenziale che è nostra forza,
che si appoggia alla monotonia.
Tu solo riesci a far di ciò che è tédio
soave perferzione della gioia,
soave perfezione di cio che è tênuee
há il vivo splendore di una gemma.
Io vivo, io mi alimento, io mi riposo,
e talvolta, come casa, sono vuota,
in cui s´aggira, non notato, il fuoco
di una speranza schietta e tutta piana.
Tu solo, mi daí quel trono, puro amor,
dove si regna e, schiava, si è regina.
IL SANGUE NELLA VENA XXIX
Tu solo, m´infondi quella bramosia,
e più che bramosia,quella dolcezza
agonica che mi scorre nel corpo,
olio senza pace è quella dolcezza,
quel timore, quel modo di amare
ossessivo, quel modo quase ingiusto.
D´improvviso io non sto più dentro de me,
d´improvviso divento piena e oscura,
como um fiume gonfio oltermisura,
che il suo argine avesse superato,
e non sapesse che farfe cella acque.
Cosi l´amore eccede quel che si vive,
e nel mio pensiero egli si sparge
com quella perfezione che s´è nell´impossibile.
Venezia: Centro Internzionale della Grafica di Venezia, 1997.
(Quaterni Internazionali di Poesia – 1)
Opera pubblicata con contributo del Ministério da Cultaura do Brasil
Fundação Biblioteca Nacional
Departamento Nacional do Livro.
LA SOAVE PANTERA I
Come qualsiasi animale,
guarda le sbarre fluttuanti.
Ecco che le sbarre son ferme:l
ei, sì, è deambulante.
Sotto la pelle, trattenuta
— in silenzio e morbidezza —
la forza del suo male,
e la dolcezza, la dolcezza,
che scende nelle zampe
e le zampe abitua
a quel modo di andare,
e di essere suo, suo,
nel perfetto equilibrio
della sua vita aperta:
uma e attenta a se stessa
soavissima pantera.
LA SOAVE PANTERA II
É soave, soave, la pantera.
Ma se la si vuol toccare
senza la dovuta cautela,
subito la si vedrà transformata
nella fiera che ha dentro di lei:
la zanna de più puro avori
onella nerezza sempre in allerta,
ed essere, in tutto e per tutto,l
a pantera senza riserve,
l´impeto, la forza ludica,
dell´unghia lunga e scoperta,
l´estasi della sua furia,
sotto la dolcezza che la fiera
in reposo, se non la si tocca,
sembra avere lla semplice
forma che non si scatena
da sola, anzi pare,
nella mansa, mansa e lucente
pellicia di cui si adorna,
un vivo, intenso gioiello.
LA SOAVE PANTERA V
Con tanto furore interno,
chi mal le potrà impedire
di essere il suo stesso inferno,
di, per il fuoco dell´ira,
consumarsi stando quieta,
e di avvilirsi da sola.
Non si direbbe una regina!
Le zampe posando al suolo
con una dura leggerezza,
il pelo brilla come onice,
— di se stessa prigionera —
cammina avanti e indietro
comme per il mondo intero,
Smeraldi di silenzio
nei suoi aguardi accesi.
CONTATTO IX
Nella sera in quiere l´azzurro stende
su ogni cosa un liquido silenzio,
e me invece lascia sola, appartata,
fedele osservante di um assillante
soliloquio amoroso, propiziato
dalla tua assenza e dalla mia infausta mente.
Dal giogo non imposto e incerto stato
nessuno mi libera, che questo mal di oggi
ancor è il bene in ma transfigurato
complice la distanza e la memoria,
non il caso o il sogno, non il seppia
che a volte copre il suolo di malinconici
paesaggi. Che notturne, vane, piene
forme create dall´immaginare
venturoso (che neanche il sonno acquieta)
si levan da me a te, crescono nell´aria,
senza domande, propositi, certezze,
e in dense spire lentamente salgono,
impregnate di limpida oscurità.
Qui la solitudine non rattrista,
anzi feconda l´antica natura
che dorme a cosi grande mito avvinta.
CONTTATO XXVI
Di nuovo il tuo richiamo mi fa alzare,
e ti seguo paziente e discreta
o solitudine, o nulla
miraculoso tra le ombre di questa casa,
ah desiderio di ardere nell´antica fiamma,
che già ieri m´intrattenne
fino all´alba, perduta e ritrovata
nei puri pensieri che mi venivano.
Chi ringaziare?
e come? e dove? la gioia di stare
qui, accanto al letto, soave e leggera,
e tuttavia, piena.
Nessun bene confiscato, um connessivo
sentirsi portare a um non so dove senza
nessuna durezza, e dolere
di speranza o di un quase intendimento.
IL SANGUE NELLA VENA I
La carne è buona, è necessario lodarla.
La carne à buona, non è triste o debole,
Ciò Che l´affeta è la debolezza Che c´è in un uomo,
la tristrezza, più grande di un uomo, la uccide.
La carne non há nulla, salvo il suo sonno,
creta tranquilla d´armoniosa forma,
corpo reale di tutta la nostra gloria.
La carne è lo strumento del principio,
è per essa che io vivo, Che viviamo,
e se rivela l´amore com´è dovuto:
ciò Che sta fuori si unisce a ciò che sta dentro,
anima e corpo nel corpo confusi,
e la sensazione assoluta di star vedendo.
IL SANGUE NELLA VENA II
Ma vedendo che cosa con gli occhii, con i sensi.
Che visione ci permettono, se non quella
instantanea e fagace, che non governo,
e che non supporitiamo tanto è bella.
Il vedere tranquillo, senza eccesso, io voglio,
como la luce delicata che c´è in una barca,
in una foglia, in un animale; um vedere quieto,
che assobendo il reale, ci lasci sazi;
un vedere più grande della fame, dilatato;
un veder-amore, non acque, como un cactus,
ma un cactus che potesse essere domato,
e, non essendo acqua, essere bevuto.
IL SANGUE NELLA VENA XVII
É como il rinascere di un´onda impetuosa,
cosi bello e atteso, e con l´allegria
di chi è stato sorpreso dall´acqua,
che sapeva che veniva, ma non vedeva.
I corpi che si muovono verso la chiara
constantazione del dolore che si voleva,
onda violenta come da altra onda
del tutto naturalmente rinata;
i corpi che soavemente si muovo
noin soave ondeggiare di cosa fredda,
e si muovono sempre verso dentro,
— la gioia dell´amore è un´agonia —
sempre più serrato e più intenso
quel che ci muove e che non vedevamo.
IL SANGUE NELLA VENA XVIII
La forza che c´è nella luce, non l asua assenza,
può essere l´origine più segreta
dell´oscuro in cui affondiamo d´improvviso:
per accesso d´amore, io non capisco
— il fruscio lieve, la cruda seta —
que che ci muove, e che oltrepassa
il limite di tutto ciò che sappiamo.
Per accesso di dolore io mi umanizzo,
io mi faccio piccola e cosi reale,
diventiamo sereni, silenziosi,
cosi reali e innocenti e lievi,
che quella luce che non vediamo è troppa.
Anche essere è un eccesso in cui cadiamo.
IL SANGUE NELLA VENA XXVIII
Tu solo, puro amor, se che allontani
quel nulla essenziale che è cosa viva,
quel nulla essenziale che è nostra forza,
che si appoggia alla monotonia.
Tu solo riesci a far di ciò che è tédio
soave perferzione della gioia,
soave perfezione di cio che è tênuee
há il vivo splendore di una gemma.
Io vivo, io mi alimento, io mi riposo,
e talvolta, come casa, sono vuota,
in cui s´aggira, non notato, il fuoco
di una speranza schietta e tutta piana.
Tu solo, mi daí quel trono, puro amor,
dove si regna e, schiava, si è regina.
IL SANGUE NELLA VENA XXIX
Tu solo, m´infondi quella bramosia,
e più che bramosia,quella dolcezza
agonica che mi scorre nel corpo,
olio senza pace è quella dolcezza,
quel timore, quel modo di amare
ossessivo, quel modo quase ingiusto.
D´improvviso io non sto più dentro de me,
d´improvviso divento piena e oscura,
como um fiume gonfio oltermisura,
che il suo argine avesse superato,
e non sapesse che farfe cella acque.
Cosi l´amore eccede quel che si vive,
e nel mio pensiero egli si sparge
com quella perfezione che s´è nell´impossibile.
O MAR DE PERMEIO – 1997
NUMA RUA DE AMSTERDAM
3. Em Amsterdam na Diezestraat 6
alguém me espera alguém me quer
alguém dá vida e brilho à minha vida
tão dividida que mal se define entre
aquilo e o que.
Alguém me espera entre tulipas
alguém me espera entre folhas tombadas
sob o sol sob a chuva sob o frio
alguém me espera espera espera.
Alguém constrói a sua casa
como artesã-abelha delicada;
sobre o sofá um quadro, uma explosão,
que cada dia mais entendo, cada ano mais,
e outros móveis, cortina,
cozinha, um banheiro
todo branco.
E para mim um quarto, uma cama,
um edredom azul, uma escova,
papéis e muitos outros objetos,
telas tintas um pedaço de ferro,
outro de ouro, outro de aço.
Alguém de longe me acena
com uma lareira acesa.
PSICOLOGIA DA LEMBRANÇA
4. Tão fácil deixar o quarto assim:
lenços roupas empilhadas
tênis papéis por todo lado,
os livros do colégio, um copo d’água,
mas um jeito de amar fala mais alto
e vai fazer a cama, renovando os
lençóis; é tão forte o calor, dói
a coluna, mas nem dói mais, quando
sonolenta ela entra
e sorri sonolenta, um anjo
pousado um momento
no meu ombro; agora a cama está sempre
feita, o armário sempre arrumado, ela
longe longe longe numa
moldura mais que perfeita, e o
dia inteiro olho seu quarto, os quadros,
faz tanta falta aquela desordem!
ela está lá e está aqui
dentro de mim,
e quando sequer falamos
ao telefone é como se nem
entre nós um oceano
houvesse, como se nem.
TOPOGRAFIA DA LEMBRANÇA
8. Em Brasília era tudo diferente:
a arquitetura quase dispensava
a paisagem frequente mas de
um a outro não-canto da cidade
era sempre uma viagem.
O arquiteto foi tão claro
que às vezes óculos escuros
se faziam necessários
para forjar o acordo entre
aquele que contempla e o contemplado.
O traço quase sempre reto e puro
algumas formas arrendondadas
a cúpula o silêncio o nu,
e nós janelas escancaradas
da nossa casa que dava
para a grama do jardim e o lago.
CASAMENTO NO CAMPO
22.Em maio em Amsterdam em Amstelveen
na capela no átrio na passarela,
no tapete vermelho da capela,
ela vai entrar com o pai lentamente
o rosto tão perfeito o corpo leve
desprendido da pedra da qual a talhamos
não da pedra talvez da madeira
nobre que ainda se encontra
em algumas florestas;
nada me fazia temer nada
do que viria mais tarde
era a luz da primavera os girassóis
de Van Gogh/a força de Rembrandt
de Vermeer de Mondrian
tudo tão íntimo, eu tão cega,
e era impossível prever
o naufrágio nos canais
cobertos de tulipas
brancas vermelhas amarelas.
3. Em Amsterdam na Diezestraat 6
alguém me espera alguém me quer
alguém dá vida e brilho à minha vida
tão dividida que mal se define entre
aquilo e o que.
Alguém me espera entre tulipas
alguém me espera entre folhas tombadas
sob o sol sob a chuva sob o frio
alguém me espera espera espera.
Alguém constrói a sua casa
como artesã-abelha delicada;
sobre o sofá um quadro, uma explosão,
que cada dia mais entendo, cada ano mais,
e outros móveis, cortina,
cozinha, um banheiro
todo branco.
E para mim um quarto, uma cama,
um edredom azul, uma escova,
papéis e muitos outros objetos,
telas tintas um pedaço de ferro,
outro de ouro, outro de aço.
Alguém de longe me acena
com uma lareira acesa.
PSICOLOGIA DA LEMBRANÇA
4. Tão fácil deixar o quarto assim:
lenços roupas empilhadas
tênis papéis por todo lado,
os livros do colégio, um copo d’água,
mas um jeito de amar fala mais alto
e vai fazer a cama, renovando os
lençóis; é tão forte o calor, dói
a coluna, mas nem dói mais, quando
sonolenta ela entra
e sorri sonolenta, um anjo
pousado um momento
no meu ombro; agora a cama está sempre
feita, o armário sempre arrumado, ela
longe longe longe numa
moldura mais que perfeita, e o
dia inteiro olho seu quarto, os quadros,
faz tanta falta aquela desordem!
ela está lá e está aqui
dentro de mim,
e quando sequer falamos
ao telefone é como se nem
entre nós um oceano
houvesse, como se nem.
TOPOGRAFIA DA LEMBRANÇA
8. Em Brasília era tudo diferente:
a arquitetura quase dispensava
a paisagem frequente mas de
um a outro não-canto da cidade
era sempre uma viagem.
O arquiteto foi tão claro
que às vezes óculos escuros
se faziam necessários
para forjar o acordo entre
aquele que contempla e o contemplado.
O traço quase sempre reto e puro
algumas formas arrendondadas
a cúpula o silêncio o nu,
e nós janelas escancaradas
da nossa casa que dava
para a grama do jardim e o lago.
CASAMENTO NO CAMPO
22.Em maio em Amsterdam em Amstelveen
na capela no átrio na passarela,
no tapete vermelho da capela,
ela vai entrar com o pai lentamente
o rosto tão perfeito o corpo leve
desprendido da pedra da qual a talhamos
não da pedra talvez da madeira
nobre que ainda se encontra
em algumas florestas;
nada me fazia temer nada
do que viria mais tarde
era a luz da primavera os girassóis
de Van Gogh/a força de Rembrandt
de Vermeer de Mondrian
tudo tão íntimo, eu tão cega,
e era impossível prever
o naufrágio nos canais
cobertos de tulipas
brancas vermelhas amarelas.
O BANQUETE – 1988
1. Foi desde sempre, do início,
esse registro de ventos,
cruéis e frios, que vedam
todo alvoroço e alegria,
se algo novo se concerta.
Não foi minha ama uma fera,
pois sei que de humano tinha
uma beleza concreta:
uns olhos que de tão verdes
luziam na luz aberta
que entrava pelas janelas.
portas, varandas, jardins,
da minha casa deserta.
2. De minha infância deserta,
onde não cabia o sonho
e a hera crescia muda;
onde não havia trégua
entre o meu medo e o desânimo,
(Nenhuma pergunta ousada!)
No entanto, que infiltação
de suspeitas infundadas
criando mel com as abelhas
de que mal se imaginava.
Pois desde cedo assentado
ficara que, filho e gado,
pastariam onde apenas
lhe fosse imposto ou deixado.
esse registro de ventos,
cruéis e frios, que vedam
todo alvoroço e alegria,
se algo novo se concerta.
Não foi minha ama uma fera,
pois sei que de humano tinha
uma beleza concreta:
uns olhos que de tão verdes
luziam na luz aberta
que entrava pelas janelas.
portas, varandas, jardins,
da minha casa deserta.
2. De minha infância deserta,
onde não cabia o sonho
e a hera crescia muda;
onde não havia trégua
entre o meu medo e o desânimo,
(Nenhuma pergunta ousada!)
No entanto, que infiltação
de suspeitas infundadas
criando mel com as abelhas
de que mal se imaginava.
Pois desde cedo assentado
ficara que, filho e gado,
pastariam onde apenas
lhe fosse imposto ou deixado.
VIAGEM A PORTUGAL- (1986)
É um prelúdio de alegrias e esperanças em que o poeta percorre a geografia, a história e a atmosfera lusitana.
1.Em Portugal, à sombra de mim mesma,
pela primeira vez fui livre
e sem cuidado,
amando o meu estar ali
de forma tão intensa
que mal me reconheci.
2.E, contudo, não era a liberdade
que a distância da pátria
(ou da família)
concedia:
mais densa e mais profunda, era
uma sensação tão nova
que ia ao antes de partirem as caravelas,
ao antes do antes em que se imaginavam
as grandes aventuras
e suas descobertas.
14.Lembrança de Camões, Pessoa, Eça.
À beira-mar ou na montanha,
era sempre um bem-estar,
era sempre um reencontro
com o que nunca vira
e reconhecia, no entanto,
como se alguma vez
por lá andara. Era na certa
o sangue português.
1.Em Portugal, à sombra de mim mesma,
pela primeira vez fui livre
e sem cuidado,
amando o meu estar ali
de forma tão intensa
que mal me reconheci.
2.E, contudo, não era a liberdade
que a distância da pátria
(ou da família)
concedia:
mais densa e mais profunda, era
uma sensação tão nova
que ia ao antes de partirem as caravelas,
ao antes do antes em que se imaginavam
as grandes aventuras
e suas descobertas.
14.Lembrança de Camões, Pessoa, Eça.
À beira-mar ou na montanha,
era sempre um bem-estar,
era sempre um reencontro
com o que nunca vira
e reconhecia, no entanto,
como se alguma vez
por lá andara. Era na certa
o sangue português.
RETRATO
Em RETRATO, publicado em 1986, a autora como que reescreve alguns poemas de seus primeiros livros, num exercício crítico, lúdico, original e bem-humorado de metapoesia, em um surpreendente diálogo intertextual.
Alguns poemas:
- Referências explícitas a poemas do Cerco da Primavera, de Explicação de Narciso, de A Suave Pantera, de O Sangue na Veia, e outros.
De 3 Poemas a Campos: (Do Cerco da Primavera)
A CIDADE
Sobre o rio, sobre as casas,
cúpulas, ponte, avenidas,
com acertos de acrobata,
pássaros metade luz,
metade sombra, levantam
o meio-dia de prata.
Nenhum silêncio mais puro
que o destes azuis prateados,
com cimos de catedral,
ciranda de ventos e anjos;
com aves de plumas negras,
negro ritmo nos telhados.
Ao longe campos perdidos
verdejam de hastes e canas.
E são espadas flexíveis,
verdes, livres oferendas.
E moinhos que vão rodando
duro rito de moendas.
No centro a praça mais ampla:
edifícios, plantas, água,
e bronze de monumentos.
Tudo tão perfeito e certo,
como se eu estivesse junto,
num ramo claro de vento.
(De: RETRATO)
1.Houve um tempo em que escrevi:
Sobre o rio, sobre as casas,
cúpulas, ponte, avenidas,
com acertos de acrobata,
pássaros, metade luz,
metade sombra, levantam
o meio-dia de prata.
Mas o dia era azul e não de prata,
e nascia de si,
não de pássaros
(que também não eram acrobatas).
A realidade parecia insuficiente:
o céu tinha de ser de prata,
os canaviais, espadas flexíveis, (Cerco da Primavera)
logo os canaviais
que emitiam sons de harpa.
Mas também escrevi depois que
cada coisa está certa em seu lugar
cumprindo o seu destino.
(Só não me lembro onde).
2.Escrevi também aos dezessete anos:
Um rumor de vinho claro,
de bocas e mãos unidas
e um cheiro de mel e flor,
rasparam, ai, como espada,
meu corpo cheio de noite
e o teu, perdido de amor.
Por certo que não queria, (Cerco da Primavera)
mas tinha a cintura e o jeito
ao teu abraço achegados.
E na sombra relumbrava
a água verde dos teus olhos
nos meus cabelos molhados.
Como se eu não fosse de Campos
e não tivesse pais ferozes
e pudesse viver um encontro amoroso
sem ser na imaginação.
Mas também fui delicada
e falei do infinito
que esperava para além do umbral
e para além da porta.
3.E aos vinte eu escrevi: Raro cristal,
imagem pura e minha
no verde destas águas sossegadas.
Nas minhas veias um rebanho pasce
sua dor, sua antiga fúria de asas
e não turva a beleza de teu rosto (Narciso)
desnudo como um sol de prata e frio,
onde navegam peixes enlunados
seu mistério de amor e de infinito.
Nos teus olhos de céu quando tramonta,
que pássaro se cala de repente?
Que silêncio me apressa às tuas ondas,
ao teu amor, que o meu amor acende?
Que horizonte impossível grita sombra
nos separa e nos une para sempre?
Ninguém notou que eu não falava apenas
de um Narciso mirando-se nas águas,
mas de outra imagem na água projetada
pelo sonho impossível de um amor
que era tão grande e hoje se fez nada.
(Na realidade, porque sem mim existe
Com força poderosa e inalterada).
4.Sobretudo eu entendia
que era preciso mostrar
que não era só aquilo
que aparentava. E falei
da face múltipla e vária (Narciso)
deixada em vagos espelhos,
escondendo a necessária;
do indiferente sorriso,
do sonho heróico levando
a distantes mares, eu
que perscrutava o mundo,
o que existe e não existe
- e por detrás das mudanças
persistia (e persisto)
a mesma (e triste).
5. Falei depois na pantera
prisioneira de si mesma,
na negrura toda alerta.
E comparei-a a uma jóia
(que contivesse uma fera)
intensíssima e do próprio
sangue animada; (A Suave Pantera)
de sua fúria, que alcança
de si o máximo no amor,
à parte qualquer luxúria,
vaga, concreta, flutuando
(em si mesma) parada,
poderosa e bela.
Mas é claro que eu pensava
na condição do animal
todo presente a si mesmo,
íntegro, inteiro, atual,
enquanto nós nos perdemos
em pretérito e futuro,
sem dar a atenção devida
ao que de fato importa.
6.E houve então o momento
de celebrar a conjunção,
o amor, o sangue, o fogo,
a gema. E então falei
de uma gema que fosse toda fria,
mas na aparência (O Sangue na Veia)
e toda quente dentro;
de um silêncio que fosse uma cascata,
mas de que o próprio fogo
fosse o centro
e de que o próprio fogo fosse a água.
Sempre o recurso das imagens,
dos símiles, antíteses,
para falar do inefável,
lugar comum nesse tipo
de descrição (amorosa).
Usaram-nos San Juan
e também Teresa d’Ávila.
A FORÇA DA PAIXÃO/A INCERTEZA DAS COISAS (1982)
Alguns poemas
11. Um dia vou ser apenas uma biografia.
Nem isso, talvez, uma inscrição
numa pedra qualquer,
no pó que o vento leva,
na memória inconstante dos que amei
de forma certa.
29. Ser poeta não é ambição minha,
diz Pessoa,
é a minha maneira de estar sozinho.
É também a maneira de esquivar-me
à ação, eu acrescento,
subjugada por forças poderosas,
enquanto o pensamento
cava fundo
no abismo.
30. A função do poema: conhecer,
A função do teorema: desafio
que leva à abstração, à conjetura.
A função da esperança: convencer
que o poema, o teorema, a ciência, a invenção,
o semáforo, a história, a explosão
de Hiroshima; Picasso e sua glória;
o decalque, a estrutura, a rachadura,
a ruptura, a eternidade, a desmemoria;
a ignorância, a pobreza, a riqueza,
a insuficiência, a morte têm sentido.
41. A humildade de Borges. Quando o vi
pela primeira vez e lhe mostrei
o coração repleto de admiração,
me respondeu: “Si algun dia te dás cuenta
de que no soy lo que tú te imaginas,
no digas que no te avisé.”
Esta frase impregnou minha vida. (Comentar)
11. Um dia vou ser apenas uma biografia.
Nem isso, talvez, uma inscrição
numa pedra qualquer,
no pó que o vento leva,
na memória inconstante dos que amei
de forma certa.
29. Ser poeta não é ambição minha,
diz Pessoa,
é a minha maneira de estar sozinho.
É também a maneira de esquivar-me
à ação, eu acrescento,
subjugada por forças poderosas,
enquanto o pensamento
cava fundo
no abismo.
30. A função do poema: conhecer,
A função do teorema: desafio
que leva à abstração, à conjetura.
A função da esperança: convencer
que o poema, o teorema, a ciência, a invenção,
o semáforo, a história, a explosão
de Hiroshima; Picasso e sua glória;
o decalque, a estrutura, a rachadura,
a ruptura, a eternidade, a desmemoria;
a ignorância, a pobreza, a riqueza,
a insuficiência, a morte têm sentido.
41. A humildade de Borges. Quando o vi
pela primeira vez e lhe mostrei
o coração repleto de admiração,
me respondeu: “Si algun dia te dás cuenta
de que no soy lo que tú te imaginas,
no digas que no te avisé.”
Esta frase impregnou minha vida. (Comentar)
REFLEXÕES: O MUNDO E SUA PAISAGEM
XXV. O ovo é uma coisa demonstrável,
a casa é uma coisa demonstrável,
o quadro é uma coisa demonstrável,
o poema, o teorema, o filme
são coisas demonstráveis; a teoria
dos quanta, a infância irreversível;
a explosão da nebulosa inicial
em que nem sei se creio; a pobreza de alguns,
a riqueza dos outros; a erosão, a repartição
pública, a escoriação, o computador, a estase;
a lei que rege este universo,
o ritmo das marés que acompanha o da lua;
o cogito cartesiano;
a guerra, a paixão, a criação,
o crime, o adubo que faz crescer a planta.
Mas a calúnia é indemonstrável, segue
o caminho da injúria que uma vez
plantada prolifera:
é astuta, ambígua, vingativa, escusa;
é a escória que lixo algum recebe,
erva daninha cuja função talvez suprema
é acabar injuriando aquele que injuria.
XXX. Escrever é preciso, diz Pessoa,
viver não é preciso. Mas não sei
onde um começa e outro termina,
ofícios ambos destinados
a desembocar no Enigma.
a casa é uma coisa demonstrável,
o quadro é uma coisa demonstrável,
o poema, o teorema, o filme
são coisas demonstráveis; a teoria
dos quanta, a infância irreversível;
a explosão da nebulosa inicial
em que nem sei se creio; a pobreza de alguns,
a riqueza dos outros; a erosão, a repartição
pública, a escoriação, o computador, a estase;
a lei que rege este universo,
o ritmo das marés que acompanha o da lua;
o cogito cartesiano;
a guerra, a paixão, a criação,
o crime, o adubo que faz crescer a planta.
Mas a calúnia é indemonstrável, segue
o caminho da injúria que uma vez
plantada prolifera:
é astuta, ambígua, vingativa, escusa;
é a escória que lixo algum recebe,
erva daninha cuja função talvez suprema
é acabar injuriando aquele que injuria.
XXX. Escrever é preciso, diz Pessoa,
viver não é preciso. Mas não sei
onde um começa e outro termina,
ofícios ambos destinados
a desembocar no Enigma.
INVOCAÇÃO DE ORPHEU / ALIANÇA
INVOCAÇÃO DE ORPHEU/ALIANÇA
Em 1980 é publicado Invocação de Orpheu, sobre o qual já nos referimos, e logo em seguida, Aliança. Esta última é uma obra repleta de homenagens a figuras admiradas pela autora. Segundo Antonio Houaiss, “alguns dos mais belos tributos críticos, lúcidos, válidos, perdurantes, afetivos a poetas seus cognatos de alma, como a Drummond, a Jorge Luís Borges, a Murilo Mendes, a Cecília, a Manuel Bandeira, a Clarice, a São Francisco”. E, acrescento eu, a suas filhas amadas, Mônica e Patrícia.
Alguns poemas:
A Jorge Luís Borges
XI. Já cego e um pouco surdo o conhecemos,
falando baixo e pausado.
Era uma noite diferente,
acompanhada da leitura de Whitman,
de um poema em anglo-saxão,
de considerações sobre Euclides
e seus Sertões.
Impregnado de um invisível deus,
divinizado pela aceitação
do mais inaceitável para quem sempre conviveu
com os livros: a cegueira,
que o faz vacilar entre a informação de uma voz
e o rosto que a acompanharia,
o secreto desejo de recobrar a cor
de um poente em seus passeios
pela Recoleta
ou num subúrbio qualquer de Buenos Aires.
A Carlos Drummond de Andrade
IX. Poeta do finito e do infinito,
tempo presente e ausente e do futuro,
de tudo um pouco te ficou na austera
concepção de vida, ó demiurgo
da memória, do sonho, do sarcasmo,
da violência contida e sem triunfo,
da doçura do hóspede secreto
de si mesmo
rebentando-se em dor, amor, soluço;
que te dizer no dia abençoado,
eu que nem sei de mim, eu que me sei
agora remetida à tua lição
de dançarino aflito sobre os fios
finos, tênues e tensos da canção?
O pórtico arruinou-se de meu sonho,
a tristeza infantil revigorou-se:
meu canto não celebra o que interpreta
na inspeção, de que falas, dolorosa
do deserto.
Já não saúdo ao jeito natural
de quem sabia adormecer crianças.
O sino toca e não percebo: falta
a malícia das coisas, a aliança
secreta com o que existe.
Ó meu jovem poeta,
não te consome o tempo irreverente:
és a mina de tudo o que ainda anima
a aceitação difícil do mistério,
a solércia dos mitos que o amor
vai criando de forma insidiosa.
Atento te debruças sobre a vida,
assistes impassível ao desmonte
e ao recriar-se, franco, cada dia,
de um céu mofino, um tempo de pesares.
Mas de tal modo, poeta,
extraordinária
é a tua percepção do que se vive,
que nem te rapta o sonho,
nem te perde a obscura realidade.
Pairas, tranquilo, sobre as coisas,
herdeiro penseroso do milagre.
(Ausência de Mônica)
XII. Nesta casa vazia recomponho teu rosto:
o dia não desculpa
a forma escura e fria,
uma floresta feita
só de silêncio e ausência.
Falta o ofício de te ver
despertar lentamente,
violenta aurora de meu sangue,
aprendiz do que sonha o meu amor,
o curto espaço que nos separa
esteriliza o suspiro mais radiante,
a forma comovida
de um mundo sem sentido.
São prendas que algum dia hás de entender:
o amor, que é também cólera
e aço e cobre e ouro irreversível,
a saudade daquilo que se tem (ou teve),
do que não se comanda com a vontade.
Eu te confio o enigma de ser
na treva, o dia claro e sem presságio,
na luz, o espaço daquilo que se perde,
entrelaçados ambos
no incerto jogo vivo,
motor do que se pensa ou se advinha.
Eu te anuncio
o caprichoso, vário, imerecido desconcerto,
o vão recolhimento ao catre de lembranças
e o despertar um dia para aquilo
que milagrosamente nos circunda
e de tão perto nem vemos:
o difícil presente inacessível.
O que tenho te lego:
a paixão do intelecto
e o respeito daquilo que nos move tão de dentro
que não se entende,
a veia casta de uma secreta ligação com o mundo,
o pessimismo sempre discutível,
mas sobretudo o amor,
que dispensa até mesmo o entendimento.
__________
Alguns poemas:
A Jorge Luís Borges
XI. Já cego e um pouco surdo o conhecemos,
falando baixo e pausado.
Era uma noite diferente,
acompanhada da leitura de Whitman,
de um poema em anglo-saxão,
de considerações sobre Euclides
e seus Sertões.
Impregnado de um invisível deus,
divinizado pela aceitação
do mais inaceitável para quem sempre conviveu
com os livros: a cegueira,
que o faz vacilar entre a informação de uma voz
e o rosto que a acompanharia,
o secreto desejo de recobrar a cor
de um poente em seus passeios
pela Recoleta
ou num subúrbio qualquer de Buenos Aires.
A Carlos Drummond de Andrade
IX. Poeta do finito e do infinito,
tempo presente e ausente e do futuro,
de tudo um pouco te ficou na austera
concepção de vida, ó demiurgo
da memória, do sonho, do sarcasmo,
da violência contida e sem triunfo,
da doçura do hóspede secreto
de si mesmo
rebentando-se em dor, amor, soluço;
que te dizer no dia abençoado,
eu que nem sei de mim, eu que me sei
agora remetida à tua lição
de dançarino aflito sobre os fios
finos, tênues e tensos da canção?
O pórtico arruinou-se de meu sonho,
a tristeza infantil revigorou-se:
meu canto não celebra o que interpreta
na inspeção, de que falas, dolorosa
do deserto.
Já não saúdo ao jeito natural
de quem sabia adormecer crianças.
O sino toca e não percebo: falta
a malícia das coisas, a aliança
secreta com o que existe.
Ó meu jovem poeta,
não te consome o tempo irreverente:
és a mina de tudo o que ainda anima
a aceitação difícil do mistério,
a solércia dos mitos que o amor
vai criando de forma insidiosa.
Atento te debruças sobre a vida,
assistes impassível ao desmonte
e ao recriar-se, franco, cada dia,
de um céu mofino, um tempo de pesares.
Mas de tal modo, poeta,
extraordinária
é a tua percepção do que se vive,
que nem te rapta o sonho,
nem te perde a obscura realidade.
Pairas, tranquilo, sobre as coisas,
herdeiro penseroso do milagre.
(Ausência de Mônica)
XII. Nesta casa vazia recomponho teu rosto:
o dia não desculpa
a forma escura e fria,
uma floresta feita
só de silêncio e ausência.
Falta o ofício de te ver
despertar lentamente,
violenta aurora de meu sangue,
aprendiz do que sonha o meu amor,
o curto espaço que nos separa
esteriliza o suspiro mais radiante,
a forma comovida
de um mundo sem sentido.
São prendas que algum dia hás de entender:
o amor, que é também cólera
e aço e cobre e ouro irreversível,
a saudade daquilo que se tem (ou teve),
do que não se comanda com a vontade.
Eu te confio o enigma de ser
na treva, o dia claro e sem presságio,
na luz, o espaço daquilo que se perde,
entrelaçados ambos
no incerto jogo vivo,
motor do que se pensa ou se advinha.
Eu te anuncio
o caprichoso, vário, imerecido desconcerto,
o vão recolhimento ao catre de lembranças
e o despertar um dia para aquilo
que milagrosamente nos circunda
e de tão perto nem vemos:
o difícil presente inacessível.
O que tenho te lego:
a paixão do intelecto
e o respeito daquilo que nos move tão de dentro
que não se entende,
a veia casta de uma secreta ligação com o mundo,
o pessimismo sempre discutível,
mas sobretudo o amor,
que dispensa até mesmo o entendimento.
__________
Subscrever:
Mensagens (Atom)
